martedì 7 marzo 2017

L’8 marzo. La storia



La decisione di dedicare una  manifestazione annuale da svolgersi l’ultima domenica di febbraio o la prima di marzo, in ogni paese  e   destinata a rivendicare il diritto di voto per tutte le donne, fu presa, su proposta della Presidente Klara Zetkin, in occasione della Conferenza della Internazionale socialista delle donne tenutasi a Copenhagen  nel 1910.
La senatrice socialista Elena Marinucci, aveva scoperto questa versione, diversa dalla vulgata corrente,  leggendo il “Bollettino dell'Internazionale Socialista delle Donne” e l'aveva resa pubblica negli anni Ottanta, scrivendo su diversi giornali e proponendo di dedicare la giornata alla realizzazione del diritto delle donne a "essere votate”.
Successivamente e con maggiore autorevolezza, la v
era storia dell'8 marzo è stata resa nota in Italia da Tilde Capomazza e Marina  Ombra, con il libro 8 marzo. Una storia lunga un secolo e poi da Alessandra Gissi, Otto marzo. La giornata internazionale delle donne in Italia.
Il primo 8 marzo fu celebrato in Germania nel 1914 . Sul manifesto dell'iniziativa era scritto "Avanti , con il diritto di voto alle donne".
Negli anni successivi  si svolsero manifestazioni in altre capitali europee, in Francia , Svizzera, Olanda raccontate in Italia dalla "Difesa della lavoratrice", la rivista delle donne socialiste fondata e diretta da Anna Kuliscioff.
Con la Grande Guerra le manifestazioni non ebbero più luogo, ma in Russia, nel  1917, fu proprio la grande manifestazione delle donne  che aprì la strada alla prima Rivoluzione, quella di febbraio (il calendario russo era arretrato di alcuni giorni). Quel giorno le tessitrici e le dipendenti del deposito di tram sfilarono chiedendo pane, pace e diritti per le donne. A loro si unirono gli operai e tante massaie che sfidarono la polizia e i soldati. Una settimana dopo crollava la monarchia e lo Zar abdicava.
In Italia, la prima celebrazione dell'8 marzo si sarebbe tenuta nel 1921, dopo la scissione di Livorno e la nascita del Partito Comunista.
Dobbiamo aspettare il 1945 perché in Italia si torni a parlare di 8 marzo Giornata internazionale delle donne. Lo fanno le donne dell’UDI che in quel momento storico raccolgono cattoliche e laiche, socialiste, comuniste, repubblicane.  Si festeggia nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, con riunioni, comizi, feste popolari.
A Londra in quella stessa data sono riunite donne di venti nazioni che approvano una ‘Carta della donna’ da far pervenire alla neonata Organizzazione delle Nazioni Unite.
Per la prima volta nella storia d’Italia, l’8 marzo del 1947 viene celebrato in Parlamento dove siedono le 21 donne elette alla Costituente. L’8 marzo è considerata una giornata di lotta, ma anche di festa, un momento di auto gratificazione. Sembra sia stata Teresa Mattei, eletta alla Costituente per il Pci, a legare alla festa la mimosa, fiore di stagione economico e facile da trovare.
La data serve anche a difendere il diritto delle donne al lavoro e al riconoscimento del ruolo di capofamiglia per quante erano fonte dell’unico reddito familiare.
Se negli anni Venti, l’8 marzo era incardinato nelle politiche dell’Internazionale socialista, nell’Italia del secondo dopoguerra si preferisce legare l’evento ad un episodio, verosimile, della storia del movimento operaio americano:  operaie morte nell’incendio di una fabbrica forse a Chicago o New York o Boston. Per gli stessi motivi, in Francia la data simbolo viene collegata ad uno sciopero del 1857.

Nel corso dei decenni cambia l’approccio alla Giornata internazionale delle donne, cambiano anche le parole d’ordine e lo spirito con il quale la si vive.

domenica 8 gennaio 2017

La besciamella

La preparazione della besciamella a casa mia era uno psicodramma collettivo. Mamma non poteva e non voleva sottrarsi al dovere di preparare un piatto che a papà piaceva molto ma che richiedeva la besciamella. Eravamo in tre intorno ai fornelli: una teneva ferma la pentola, la seconda girava il mestolo di legno e la terza versava il latte goccia a goccia. L’operazione era seguita con grande apprensione da tutte noi sempre preoccupate che la preparazione andasse rovinata da qualche errore.
Figuratevi il mio stato d’animo quando, giovane sposa, sola a casa, alle prese con l’Artusi (dono della suocera) decisi di preparare la tremenda besciamella. Pesai con attenzione gli ingredienti, lessi ancora più attentamente la ricetta e poi con sprezzo del pericolo mi lanciai in questa folle avventura … per scoprire che era la cosa più semplice del mondo.
In effetti mia madre non amava cucinare. Da bambina era vissuta tra cuochi e cameriere, poi aveva lavorato e a casa c’era la domestica che pensava alla cucina. Quando ormai in età matura cominciò ad occuparsi della casa, cucinare non  divenne certo il suo hobby.

Ancora adesso, a distanza di decenni, quando preparo la besciamella, ripenso con tenerezza a mia madre e alle sue preoccupazioni davanti ai fornelli.

domenica 1 gennaio 2017

La notte del 31 dicembre 2016

Questa notte, mentre rientravo a casa in macchina, come un film mi sono tornati in mente tanti Capodanni del passato. La sera del 31 dicembre le strade si vuotavano perché tutti i proprietari di auto cercavano parcheggi lontano dalle abitazioni. Le giovani donne passavano la giornata dal parrucchiere aspettando in lunghe e pazienti file il turno per farsi acconciare i capelli. Andavano di moda pettinature molto elaborate; i capelli raccolti in fogge tanto complesse da richiedere una preparazione paziente e complicata. Ricordo una sera: uscii dal parrucchiere alle 22.30 e feci appena in tempo a tornare a casa, indossare l’abito lungo e correre alla festa. L’abito lungo era d’ordinanza insieme all'acconciatura fresca di coiffeur.
Le serate scorrevano poi come sempre. Questa è l’unica cosa che non è cambiata nei decenni.
Il dramma era il ritorno a casa, in una Roma trasformata in un campo di battaglia. Cocci, vetri, petardi esplosi coprivano le strade rendendo veramente difficile e pericoloso spostarsi in auto. Ricordo che portavamo una scopa in macchina e a turno, io e il mio ragazzo ci alternavamo alla guida mentre l’altro spazzava la strada per renderla percorribile. Dalle finestre dopo la mezzanotte si gettava veramente di tutto: potevi trovare lavandini e bidet, vasi di fiori, oggetti di ogni genere e poi un tappeto di cocci. Pensate che divertimento spazzare la strada in abito lungo e scarpe con il tacco a spillo e calze velate nel gelo della notte del 1 gennaio. Nelle strade più larghe riuscivi a fare lo slalom ma in quelle strette, in alcuni tratti, non avevi alternativa. Era questo il motivo per cui tutti spostavano le macchine lontano dai palazzi; per evitare di ritrovarle ammaccate o bruciate da qualche botto più pericoloso.

Oggi per fortuna a nessuno verrebbe più in mente di fiondare dalla finestra oggetti rumorosi per contribuire ai botti di Capodanno. Le macchine restano tutte parcheggiate lungo i marciapiede come sempre e stanotte tornando a casa mi sono trovata a riflettere che sembrava una notte come tutte le altre.

lunedì 7 novembre 2016

Tina Anselmi

Tina Anselmi (1927-2016) è stata la prima donna che abbia ricoperto un incarico di ministra della Repubblica Italiana, Ministra del Lavoro e della Previdenza Sociale nel governo Andreotti (1976-1978).
Durante il suo incarico l’Italia, recependo le Direttive europee che avevano comportato un enorme cambiamento nelle politiche a favore delle lavoratrici,
si è dotata di una delle prime leggi sulla parità uomo donna in materia di lavoro. Con la  legge n. 903 del 1977 (attuativa della direttiva CEE 9.2.1976) si abbandonava la tradizionale impostazione protettiva-assistenziale a favore di una costruzione giuridica paritaria resa possibile dalla riforma del diritto di famiglia del 1975.
La legge, infatti, prescriveva la parità di trattamento nell’accesso al lavoro e nello svolgimento del rapporto di lavoro (parità nella retribuzione, nell’attribuzione delle qualifiche, nella cessazione del rapporto di lavoro), la riduzione del costo del lavoro femminile, l’adeguamento della disciplina giuridica del lavoro femminile alla nuova struttura della famiglia prevista dal diritto di famiglia riformato.
Giovanissima, Tina era stata staffetta partigiana, poi insegnante, sindacalista, deputata della DC per sei legislature (1968-1992), ministra del Lavoro e poi ministra della Sanità (1978-1979).
Il suo nome resta però legato alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2 di cui fu la Presidente (1981-1985). Tutti i giornali, il giorno in cui è morta, hanno dato ampio risalto proprio a questo punto della sua biografia. Il suo lavoro è condensato nei 120 volumi degli Atti della Commissione. Ricordo di avere letto, tanti anni fa, l’Introduzione agli Atti firmata da Tina Anselmi e di essere rimasta stupefatta dalla assoluta incapacità di questa politica veneta, cattolica, di capire e interpretare quello che aveva studiato per anni.
Credo proprio che chi la designò a quell’incarico sapeva bene quello che faceva. Estranea a certi giochi della politica, rigorosa ma rigida, non aveva gli strumenti per saper interpretare il senso reale di quello che venne a sapere.
Cito le parole di Massimo Teodori, che della Commissione P2 fece parte e che da laico ne ha data la spiegazione più condivisibile: “Fu incaricata per volere della sinistra Dc, immersa fino al collo nella vicenda, d’intesa con il Pci, che voleva tornare al compromesso storico. Il loro punto di riferimento era Giulio Andreotti, che però aleggiava in ogni carta della P2. La sua tesi fu funzionale a salvare i partiti. Lei sosteneva che l’obiettivo di Licio Gelli fosse il colpo di Stato contro i partiti, guidato dagli americani, che fin dallo sbarco in Sicilia avevano ricostituito la massoneria. Io credo invece che fosse un’agenzia al servizio dei partiti, usata per accrescerne il potere” (CdS 2 novembre 2016).
Di sicuro sappiamo che, concluso il lavoro che le era stato affidato, fu messa da parte. Non serviva più!

Negli anni Novanta le mie lezioni universitarie sono state seguite per un periodo da studenti di CL, molto vicini a Andreotti, che poi mi proposero tesi sui rapporti tra massoneria inglese e italiana. Non conoscevano l’inglese e li dirottai su altri argomenti, ma trovai quanto meno singolare la richiesta!
Anna Maria Isastia